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Pauli e Jung: tra fisica e psicologia, tra materia e psiche

Prof. Silvano Tagliagambe - Professore emerito di Filosofia della scienza - Università di Sassari.

 

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Abstract

Il dialogo tra Pauli e Jung, concretizzatosi nel loro prolungato carteggio, offre molteplici motivi di interesse per quanto riguarda l’incontro tra fisica e psicologia. I concetti nodali della psicologia analitica ne escono approfonditi e arricchiti, grazie al loro inserimento in una prospettiva generale che tiene adeguatamente conto degli sviluppi più significativi della ricerca scientifica, e in particolare della meccanica quantistica. Applicando l’entanglement quantistico e la logica, che ne consegue, di unico sistema – sistema in entanglement – alla coppia cervello-ambiente ne consegue che non si può parlare, genericamente, di ambiente, ma occorre riferirsi a quello specifico ambiente che è in costante accoppiamento strutturale con il nostro cervello, al punto da dover essere concepito e descritto come il ‘doppio’ di esso. Di conseguenza quella che noi chiamiamo ‘coscienza’ risulta in realtà non un qualcosa che accade dentro di noi, nella nostra scatola cranica, ma un processo complesso, dinamico e aperto che deriva dalla co-esistenza e dalla co-evoluzione del sistema corpo-cervello con l’ambiente-mondo e viceversa, in linea con l’affermazione della necessità, evidenziata a sua tempo da Popper, “di assumere la ‘mente’ non come sede di processi psicofisiologici o come teatro in cui si agitano credenze, desideri, emozioni, bensì come agente produttore di conoscenze e teorie. Proprio per questa ragione va affermata con decisione e salvaguardata, la sua autonomia rispetto al cervello: “ciò che può chiamarsi il secondo mondo - il mondo della mente - diventa, a livello umano, sempre di più l’anello di congiunzione tra il primo e il terzo mondo: tutte le nostre azioni nel primo mondo sono influenzate dal modo in cui noi afferriamo il terzo mondo a opera del nostro secondo mondo”. La mente è dunque “una tipica realtà di confine, un’‘interfaccia’ tra due mondi radicalmente differenti, quello fisico e quello della conoscenza, in tutte le sue manifestazioni, da studiare come organo di adattamento, quindi dal punto di vista della sua funzione adattativa e dei suoi prodotti, e non soltanto, o tanto, da quello dei processi che si svolgono all’interno di essa. Ne scaturisce una diversa valutazione dell’intenzionalità, che non può più essere considerata la secrezione del cervello (come dice Searle), in quanto suo attributo originario e intrinseco, né un attributo e prodotto dei processi psichici, come originario ‘linguaggio del pensiero’ secondo quanto proponeva Fodor. Essa è invece ciò che àncora la soggettività al mondo 3 della conoscenza oggettiva e fa emergere la razionalità non come un attributo mentale, ma come un valore oggettivo legato al nostro rapporto con l’ambiente e alla capacità dei processi mentali di afferrarne le caratteristiche strutturali e i principi che ne regolano la dinamica”.

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