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La mente e la coscienza nelle tradizioni religiose

Prof. Gianfranco Basti - Teologo, filosofo, Ordinario di Filosofia, della Natura e della Scienza. Ricercatore nel campo delle reti neurali, neuroscienze cognitive, fondamenti di logica matematica e logica filosofica.

 

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Abstract

Tutte le grandi tradizioni religiose sia orientali che occidentali danno grande importanza al tema dell’interiorità e quindi della “coscienza” che purtroppo, nella filosofia moderna occidentale da D. Hume in poi, è stata identificata con la “mente” che è invece la radice metafisica unica inconscia della coscienza intenzionale, ovvero la radice comune dell’intelletto e della volontà umane in quanto operazioni coscienti. Nell’analisi della coscienza, tutte le tradizioni religiose – quella occidentale delle tre religioni bibliche, Giudaismo, Cristianesimo e Islam, innanzitutto – convengono perciò (al di là di inevitabili confusioni linguistiche e di traduzione) nel distinguere fra “l’inoggettivabile presenza a se stessi dell’io,” in quanto distinta dall’ “oggettivabile coscienza del sé” che per definizione non catturerà mai l’io ma al massimo ciò che l’io è stato un istante prima. L’io in questo senso può definirsi come “la sistematica auto-trascendenza del sé”, tanto che in psicoterapia è fondamentale liberare il paziente dalle false “ipsazioni dell’io” in una qualche necessariamente falsa immagine di sé, che l’ambiente o l’individuo stesso si sono dati, e in cui l’io autentico è imprigionato. La stretta relazione fra l’io e l’istante presente – implicita nel definire la consapevolezza dell’io come “presenza a se stessi” in quanto distinta dalla “coscienza del sé” o autocoscienza (il “s-oggetto” è ciò che mai è riducibile a “oggetto”) –, ci aiuta a comprendere anche la distinzione e l’intima relazione fra “materia” e “spirito”, “energia” e “informazione” senza confonderli. Infatti, tanto l’io come il presente sono caratterizzati da una “sistematica elusività” (G. Ryle) perché ambedue inoggettivabili. Analogamente, Aristotele distingueva fra “continuo spaziale” fatto di parti “le-une-fuori-dalle-altre” e quindi localizzabili in un punto, e “continuo temporale” fatto di parti “le-une-dentro-le-altre” e quindi non-locali perché l’istante presente ha una natura quantica, essendo “la simultaneità dell’ultimo-del-passato con il primo-del-futuro” e quindi è incomprimibile in un punto. Sappiamo come la matematica della fisica quantistica ha abbandonato, causa il principio di indeterminazione irriducibilmente legato al tempo in tutti i fenomeni oscillatori, la rappresentazione del corpo come “punto materiale” definito sui numeri reali, facendo del “campo” e della sua natura non-locale (quantizzata) perché “strutturale”, il suo oggetto proprio. E per questo definendo il “tempo interno” di ogni sistema quantistico, come una “grandezza complessa” composta cioè da una “parte reale” verso il futuro e una “parte immaginaria” verso il passato. Ciò, fra l’altro, rende possibile la rigorosa definizione, in teoria quantistica dei campi, dell’“entropia informazionale” H (“informazione di Shannon” in teoria delle comunicazioni e “informazione di Glauber” in fisica) come persistenza nel tempo di una coerenza di fase (correlazione) a lungo raggio (“stato di Glauber” o “stato squeezed”) delle oscillazioni di campi materiali per l’azione di un campo esterno, in una condizione di bilancio energetico del sistema complessivo (= minimo dell’ “energia libera” o massimo dell’ “entropia termodinamica” S del sistema totale). In questo senso – della distinzione fra le grandezze statistiche (entropie) H e S che condividono la stessa formula di calcolo e le stesse misure di massimo e minimo, ma non sono la stessa cosa –, l’informazione nei sistemi quantistici in quanto “sistemi dissipativi”, in relazione di scambio continuo ma bilanciato (= stabili fuori dall’equilibrio), con l’ambiente, è una “grandezza fisica immateriale”, distinta sebbene intrinsecamente legata alla “grandezza fisica materiale” dell’energia (“it from bit” di J. A. Wheeler). Tornando all’io, analogamente, la sua persistenza nel tempo, è legata intrinsecamente allo scambio con un “tu” per formare dinamicamente (= stabilità fuori dall’equilibrio) un “noi”. Allo stesso tempo, perché nel dialogo interpersonale ci sia sempre qualcosa di nuovo da comunicare, occorre che esista nel profondo di ciascuna persona un “fondo incomunicabile” e “inconscio”, che nella tradizione occidentale chiamiamo “mente”. Questo fondo, per essere come lo è inoggettivabile, dev’essere dato da una “relazione trascendentale (verticale)” con un Assoluto (“Dio” per il credente) che, da una parte, è fondamento delle relazioni “orizzontali” interpersonali con altri “tu”, (il “sé di ciascuno” incluso) e della loro inesauribilità, dall’altra è il fondamento della sistematica capacità dell’io di trascendere i condizionamenti (altrimenti l’uomo sarebbe un semplice “nodo di relazioni sociali” ( L. Feuerbach)), e quindi è il fondamento metafisico ultimo della libertà e della creatività di ogni io e della stessa immortalità personale. Tale relazione trascendentale è inconsapevole e diventa consapevole solo in alcuni momenti “estatici” propri della mistica di tutte le religioni, come quando vediamo per un istante il sole dietro le nubi, anche se essendo un “centro” proprio di (e quindi comune a) ogni uomo (siamo raggi di un’unica sfera), quando rientriamo nel profondo di noi stessi, siamo per ciò stesso in relazione con l’Assoluto e quindi misteriosamente ma realmente con ogni persona...

Cfr. BASTI G., Persona, Intersoggettività, Realtà. I Tre Pilastri della Relazione di Cura. In Carere-Comes T., Montanari C. (a cura di). Atti del 5. Congresso SEPI (Society for Exploration of Psychotherapy Integration)-Italia: “Psicoterapia e Counseling: Comunanze e differenze”, Roma 2 giugno 2012. ASPIC Edizioni scientifiche, Roma 2013, pp. 59-107 (disponibile online). Traduzione parziale in tedesco: BASTI G., Therapiebeziehung und Duale Philosophie des Geistes. Psychotherapie-Wissenschaft, 2020, 10(1), pp. 37-43. doi:10.30820/1664-9583-2020-1-37

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