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Inquinamento da radiazioni ionizzanti e non ionizzanti

Prof. Ernesto Burgio - Medico Pediatra, esperto di epigenetica e biologia molecolare. Membro di importanti istituti e società scientifiche, tra cui: ECERI - Istituto Europeo di Ricerca su Cancro e Ambiente (Bruxelles); ARTAC - Associazione di Ricerca per Terapie Anticancro (Parigi).

 

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Abstract

Per valutare gli effetti delle radiazioni ionizzanti sulla salute umana si continua a far uso di modalità di valutazione del rischio e del danno, basate su un modello disegnato dai fisici oltre mezzo secolo fa. Persino i modelli biologici di danno sono basati sulla genetica degli anni cinquanta: la ricerca in biologia molecolare, non solo nel campo dell'epigenetica, ma addirittura della genetica e della genomica degli ultimi trent'anni, non è stata ancora presa in considerazione. Avviene così che, come e più che in altri settori dell’epidemiologia e della cancerogenesi ambientale, pochi si rendano conto del fatto che le vere conseguenze non solo delle situazioni in cui si verifica un’esposizione collettiva o di massa (come nel caso di incidenti rilevanti), ma anche di esposizioni di bassa intensità, ma perduranti nel tempo (come avviene per le popolazioni che risiedono nei dintorni degli impianti nucleari o di riprocessamento del materiale fissile), si manifesteranno dopo decenni e non tanto sugli adulti direttamente esposti, quanto sui loro figli e sulle generazioni future. Cercheremo di dimostrare che soltanto un’analisi più attenta, tanto degli studi sperimentali, che di quelli epidemiologici, consentirebbe di comprendere come l’esposizione per via interna - alimentare, ma anche transplacentare o addirittura transgenerazionale (termini che fanno riferimenti a modalità di esposizione e trasmissione del danno alquanto diverse) - a dosi piccole, ma frequenti di radiazioni ionizzanti, rappresenti un pericolo in genere più consistente e assai più difficile da valutare e dimostrare, rispetto a esposizioni dirette, massive, per via esterna. E vedremo che, tanto in conseguenza delle suddette vie di esposizione, che in conseguenza della loro particolare situazione biologica sono, ancora una volta, gli organismi in via di sviluppo –i bambini e soprattutto embrioni e feti – a subire le conseguenze più gravi. Per quanto concerne il cosiddetto inquinamento elettromagnetico, messo in drammatico rilievo da alcuni ricercatori e caparbiamente negato da altri, dovrebbe essere sufficiente ricordare come fino agli anni ’30 del secolo scorso la parte dello spettro delle onde radio di frequenze superiori ai 30 MHz fosse praticamente vuota; come oggi tale spazio sia estremamente sfruttato e diviso in bande di frequenza che vanno dalle molto basse (VLF) alle estremamente alte (fino a 300 GHz); come queste classificazioni siano fatte sulla base dell'impiego in certi settori piuttosto che in altri e non certo dei rischi per la salute umana.

La letteratura scientifica su questi temi è, inevitabilmente, recente e complessa: se gli studi che dimostrano il probabile nesso tra l'esposizione prolungata a campi magnetici di bassa intensità e bassa frequenza (elettrodotti) e rischio di leucemie, linfomi e tumori cerebrali, in particolare nei bambini, è relativamente copiosa, solo oggi gli studi sugli effetti per la salute umana delle frequenze più alte e in particolare dell’esposizione ai cellulari sono in grado di fornire risultati utili e attendibili. E questo per il semplice fatto che il rischio è legato essenzialmente alla durata dell’esposizione. La classificazione di "possibili cancerogeni" da parte della IARC (2011) è stata basata sull’incremento di rischio per due particolari tipi di tumore cerebrale: gliomi e neurinomi dell’acustico. Molti dei ricercatori che ancora negano la plausibilità biologica dei rischi cancerogeni connessi alle cosiddette piccole dosi di radiazioni non ionizzanti (parte dei raggi ultravioletti, microonde, radiofrequenze, raggi infrarossi e raggi laser) e persino di quelle ionizzanti (quelle essenzialmente legate a decadimento radioattivo o a fissione nucleare) mostrano di non conoscere la recente letteratura scientifica che da almeno un decennio a questa parte ha dimostrato come il maggior pericolo per miliardi di esseri umani derivi proprio dalla esposizione quotidiana a quantità minime, ma sempre più significative, di radiazioni ionizzanti e non-ionizzanti e di molecole xeno-biotiche che hanno, in ultima analisi lo stesso “bersaglio”: il DNA e le altre biomolecole complesse. Queste piccole quantità di informazione alterata e di energia contribuirebbero in pratica a destabilizzare progressivamente l’epigenoma, per così dire il software del DNA e, nel medio lungo termine lo stesso DNA. È stato ad esempio dimostrato che l’esposizione dei nostri tessuti a radiazioni elettro-magnetiche nelle frequenze tipiche dei cellulari interferisce con l’espressione del DNA, inducendo le nostre cellule a produrre proteine dello stress. Eppure incredibilmente molti esperti continuano a sostenere che gli effetti dei cellulari sui tessuti sarebbero esclusivamente termici; che non ci sarebbe plausibilità biologica per dimostrare il nesso tra esposizione e cancro; che gli studi epidemiologici sarebbero ancora incerti. Quello che preoccupa ancor di più è che le cellule inevitabilmente più sensibili all’influsso destabilizzante dei campi elettromagnetici esogeni sono quelle epigeneticamente più plastiche: le cellule staminali (nelle quali possono essere indotti processi pro-cancerogenici) e le cellule embrionarie (che utilizzano già normalmente per proliferare, differenziarsi e migrare campi elettromagnetici endogeni, cioè presenti nell’organismo). Le conseguenza di un’esposizione di queste cellule a quantità e tipologie sempre più estese di campi elettromagnetici esogeni potrebbe influire in modo potenzialmente drammatico sui processi di sviluppo embrio-fetale e contribuire al continuo incremento di patologie neoplastiche della prima infanzia e di disturbi del neurosviluppo. E’ importante sottolineare come non ci sia oggi praticamente alcuna attenzione su questa problematica, evidentemente di enorme rilievo.

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